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Mafia e antimafia

Il maxiprocesso, quando lo Stato portò Cosa nostra in aula

31 ottobre 2026 · di Francesco Oteri · 3 minuti, o 10 con l’approfondimento

Palermo, 1986. Oltre quattrocento imputati in un’aula costruita apposta, un’istruttoria di 8.607 pagine e una sentenza che la Cassazione confermò. Come ci si arrivò, cosa decise, cosa costò.

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8.607pagine di istruttoria, in quaranta volumi
349udienze in ventidue mesi
19ergastoli in primo grado
114imputati assolti

Il 10 febbraio 1986, alle porte del carcere dell’Ucciardone, a Palermo, si apre un processo che non ha precedenti. Gli imputati sono più di quattrocento, chiusi in gabbie lungo le pareti di un’aula costruita in pochi mesi. Il fascicolo si chiama «Abbate Giovanni più 459». Per l’Italia è il maxiprocesso.

Dietro c’è il lavoro del pool antimafia dell’ufficio istruzione di Palermo, il gruppo di giudici voluto da Rocco Chinnici, di cui facevano parte Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Grazie a collaboratori di giustizia come Tommaso Buscetta, per la prima volta Cosa nostra viene descritta dall’interno, con le sue famiglie e una commissione al vertice.

Il 16 dicembre 1987, dopo 35 giorni di camera di consiglio, la corte presieduta da Alfonso Giordano legge la sentenza. 19 ergastoli per i capi della commissione e i loro killer, 338 condanne, 2.665 anni di carcere e 114 assoluzioni. Il 30 gennaio 1992 la Cassazione conferma l’impianto dell’accusa.

In un colpo d’occhio

La sentenza di primo grado, imputato per imputato

Tocca un gruppo nella legenda per evidenziarlo.

Primo grado, 16 dicembre 1987. 338 condannati, di cui 19 all’ergastolo, e 114 assolti. Un puntino per ogni imputato giudicato.

Fonti. A. Dino, «Maxiprocesso, quarant’anni dopo», MicroMega, 10 febbraio 2026, l’Unità, 17 dicembre 1987.

Quanti giorni restò chiusa in camera di consiglio la corte, prima della sentenza?

10 giorni

Pochi mesi dopo la sentenza definitiva, il 23 maggio 1992, Falcone fu ucciso a Capaci. Il 19 luglio toccò a Borsellino, in via D’Amelio. Il maxiprocesso aveva rotto un equilibrio, e Cosa nostra rispose con le stragi.

La cronologia, il prima e il dopo e i luoghi comuni messi alla prova sono nell’approfondimento

Opinione di OLTRE_La nostra lettura

Le mafie si battono con il metodo. Non con le emergenze.

Il maxiprocesso dimostra che lo Stato può vincere quando mette insieme persone, mezzi e un metodo, e quando chi indaga non viene lasciato solo. Dimostra anche quanto costa farlo tardi.

Per noi la lezione è attuale. Le indagini patrimoniali, la protezione di chi collabora e di chi denuncia, il riuso dei beni confiscati non sono strumenti da tirare fuori dopo una strage, ma politiche da finanziare ogni anno.

Scritto daFrancesco OteriFondatore di OLTRE_Chi è
Opinione di OLTRE_Cosa proponiamo noi

Fin qui la storia. Le nostre proposte su mafie e corruzione, con costi e fonti, sono separate.

Mafie, corruzione e verità, il nostro tema

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