Si apre il processo
Nell’aula bunker accanto al carcere dell’Ucciardone, davanti alla corte d’assise presieduta da Alfonso Giordano. Il fascicolo porta il nome del primo imputato, «Abbate Giovanni più 459».
Palermo, 1986. Oltre quattrocento imputati in un’aula costruita apposta, un’istruttoria di 8.607 pagine e una sentenza che la Cassazione confermò. Come ci si arrivò, cosa decise, cosa costò.
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Il 10 febbraio 1986, alle porte del carcere dell’Ucciardone, a Palermo, si apre un processo che non ha precedenti. Gli imputati sono più di quattrocento, chiusi in gabbie lungo le pareti di un’aula costruita in pochi mesi. Il fascicolo si chiama «Abbate Giovanni più 459». Per l’Italia è il maxiprocesso.
Dietro c’è il lavoro del pool antimafia dell’ufficio istruzione di Palermo, il gruppo di giudici voluto da Rocco Chinnici, di cui facevano parte Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Grazie a collaboratori di giustizia come Tommaso Buscetta, per la prima volta Cosa nostra viene descritta dall’interno, con le sue famiglie e una commissione al vertice.
Il 16 dicembre 1987, dopo 35 giorni di camera di consiglio, la corte presieduta da Alfonso Giordano legge la sentenza. 19 ergastoli per i capi della commissione e i loro killer, 338 condanne, 2.665 anni di carcere e 114 assoluzioni. Il 30 gennaio 1992 la Cassazione conferma l’impianto dell’accusa.
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Primo grado, 16 dicembre 1987. 338 condannati, di cui 19 all’ergastolo, e 114 assolti. Un puntino per ogni imputato giudicato.
Fonti. A. Dino, «Maxiprocesso, quarant’anni dopo», MicroMega, 10 febbraio 2026, l’Unità, 17 dicembre 1987.
Quanti giorni restò chiusa in camera di consiglio la corte, prima della sentenza?
I giudici popolari e i due giudici togati vissero isolati fino alla lettura della sentenza, che durò circa un’ora e mezza.
Pochi mesi dopo la sentenza definitiva, il 23 maggio 1992, Falcone fu ucciso a Capaci. Il 19 luglio toccò a Borsellino, in via D’Amelio. Il maxiprocesso aveva rotto un equilibrio, e Cosa nostra rispose con le stragi.
La cronologia, il prima e il dopo e i luoghi comuni messi alla prova sono nell’approfondimento
Per capire perché il maxiprocesso cambiò la storia d’Italia bisogna partire da come si processava la mafia prima. Un omicidio alla volta, un imputato alla volta. E quasi sempre finiva allo stesso modo, con un’assoluzione per insufficienza di prove.
All’inizio degli anni Ottanta l’ufficio istruzione del tribunale di Palermo cambia metodo. Con Rocco Chinnici nasce un gruppo di giudici che lavorano in squadra e si scambiano le informazioni. Ne fanno parte, tra gli altri, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. È il pool antimafia.
Il pool introduce tecniche di indagine nuove, a cominciare da quelle su patrimoni e movimenti di denaro. E poi ci sono le parole di chi decide di parlare. Tommaso Buscetta, Salvatore Contorno e altri raccontano dall’interno la struttura di Cosa nostra. Ogni loro frase viene controllata con riscontri esterni, perché non basta che un pentito parli.
Il risultato è un’ordinanza di rinvio a giudizio di quaranta volumi, 8.607 pagine. La tesi è semplice da dire e difficile da provare. Cosa nostra non è un insieme di bande, ma un’organizzazione unica con regole e gerarchie, guidata da una commissione.
Tocca Dopo il maxi per vedere la differenza.
Fonti. A. Dino, MicroMega, 2026, Domani.
Per ospitare il processo viene costruita a tempo di record un’aula accanto all’Ucciardone, con le gabbie per i detenuti lungo le pareti e spazio per centinaia di avvocati e giornalisti. Presiede Alfonso Giordano, accanto a lui il giudice Pietro Grasso e sei giudici popolari. L’accusa è sostenuta dai pubblici ministeri Giuseppe Ayala e Domenico Signorino.
Le udienze sono 349. In aula vengono interrogati 395 imputati e 947 tra testimoni, parti offese e collaboratori. Le arringhe difensive sono 635.
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Nell’aula bunker accanto al carcere dell’Ucciardone, davanti alla corte d’assise presieduta da Alfonso Giordano. Il fascicolo porta il nome del primo imputato, «Abbate Giovanni più 459».
349 udienze, 1.314 interrogatori, 635 arringhe difensive. Vengono sentiti 395 imputati e 947 tra testimoni, parti offese e collaboratori.
Dopo 35 giorni di camera di consiglio, 19 ergastoli, 338 condanne, 2.665 anni e 6 mesi di carcere, 114 assolti.
La corte d’assise d’appello alleggerisce molte posizioni. Gli ergastoli scendono a 12.
La prima sezione penale conferma l’impianto dell’accusa, annulla le assoluzioni d’appello e rinvia a nuovi giudizi. Cosa nostra è un’organizzazione unica, con una commissione al vertice.
Giovanni Falcone viene ucciso sull’autostrada per Palermo con la moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta.
Paolo Borsellino viene ucciso a Palermo con cinque agenti della scorta.
Fonti. A. Dino, Domani, Questione Giustizia.
Il 16 dicembre 1987 la lettura della sentenza dura circa un’ora e mezza. Il giorno dopo l’Unità titola «La cupola mafiosa all’ergastolo». Le condanne sono 338, con 19 ergastoli, e gli anni di carcere 2.665, circa la metà dei cinquemila chiesti dall’accusa. Gli assolti sono 114.
Il 10 dicembre 1990 l’appello cambia molte cose. Alcune posizioni si alleggeriscono e gli ergastoli scendono a 12. Il 30 gennaio 1992 la prima sezione penale della Cassazione conferma invece l’impianto dell’accusa, annulla le assoluzioni d’appello e rinvia a nuovi giudizi. Il cosiddetto teorema Buscetta, l’idea di una Cosa nostra unitaria e verticistica, diventa verità giudiziaria.
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«Il maxiprocesso fu il primo processo alla mafia».
Un luogo comune ·
Prima del 1986 c’erano già stati processi contro le cosche, ma finivano spesso con assoluzioni per insufficienza di prove. Il maxi è il primo a processare Cosa nostra come un’unica organizzazione, e il primo in cui quell’impostazione regge fino in Cassazione.
Fonti. Domani, A. Dino, MicroMega, 2026.
«Le condanne del primo grado furono tutte confermate».
Un luogo comune ·
«Dopo il maxiprocesso la mafia è stata sconfitta».
Un luogo comune ·
Il maxi fu un colpo durissimo, ma non la fine. Pochi mesi dopo la sentenza definitiva Cosa nostra uccise Falcone e Borsellino. Le mafie esistono ancora oggi, con forme diverse, e le relazioni parlamentari continuano a documentarne la presenza.
Fonti. Questione Giustizia, A. Dino.
Secondo la sociologa Alessandra Dino, dell’Università di Palermo, la sentenza della Cassazione rompe un patto non scritto tra pezzi dello Stato e mafia che durava da oltre mezzo secolo, e contribuisce a scatenare la stagione delle stragi. Il 23 maggio 1992, sull’autostrada all’altezza di Capaci, vengono uccisi Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli agenti Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani. Il 19 luglio, in via D’Amelio, Paolo Borsellino e gli agenti Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.
Le sentenze successive hanno accertato i mandanti mafiosi delle due stragi. Su altri aspetti, a cominciare dal depistaggio delle indagini su via D’Amelio, la ricerca della verità è andata avanti per decenni.
Il maxiprocesso dimostra che lo Stato può vincere quando mette insieme persone, mezzi e un metodo, e quando chi indaga non viene lasciato solo. Dimostra anche quanto costa farlo tardi.
Per noi la lezione è attuale. Le indagini patrimoniali, la protezione di chi collabora e di chi denuncia, il riuso dei beni confiscati non sono strumenti da tirare fuori dopo una strage, ma politiche da finanziare ogni anno.

Fin qui la storia. Le nostre proposte su mafie e corruzione, con costi e fonti, sono separate.