Negli Stati Uniti c’è un sondaggio che ogni anno chiede agli americani che cosa li spaventa. Nel 2026, per la prima volta, i ricercatori hanno inserito domande specifiche sull’intelligenza artificiale. Il risultato? Il 49,7% degli adulti si dice spaventato o molto spaventato dall’idea che l’AI possa danneggiare l’economia. Una quota ancora più alta, il 51,9%, teme che possa danneggiare il processo politico. Entrambi i timori sono entrati subito tra le dieci paure più diffuse del Paese. Per capire quanto pesi il dato basta guardare meglio la classifica. Circa la metà degli americani teme che una persona cara si ammali gravemente (51,8%) o muoia (50,6%).
Secondo te, quanti americani hanno paura che l’AI danneggi l’economia?
Il 49,7%, quasi uno su due. Tanti quanti temono di perdere una persona cara.
La paura però non è un rifiuto della tecnologia. Quando l’innovazione promette energia pulita, cure che allungano la vita o robot accanto alle persone in fabbrica, gli americani provano più speranza che timore. Prevale invece davanti al monitoraggio continuo dei dipendenti. Non conta solo cosa saprà fare l’AI, ma chi ci guadagnerà e chi rischierà di perdere qualcosa. Come un virus, la paura contagia categorie diverse con sintomi propri.
Gli investitori temono due cose insieme. Che i ricavi non ripaghino la spesa, perché secondo Gartner per ripagare i data center servirebbero 8.500 miliardi di dollari di ricavi entro il 2030 e ne arriveranno al massimo 3.600. E che l’ americana, al 3,7% a settembre, tenga alti i tassi prima che i ritorni promessi arrivino.
Chi lavora teme la sostituzione. Ma per l’ILO un lavoratore su quattro al mondo è esposto all’AI generativa, e esposto non vuol dire licenziato. Rischiano di più i compiti d’ufficio ripetitivi, molto meno i lavori manuali, artigianali e di cura. A mio parere più che un’ecatombe ci aspetta una trasformazione, e conterà la velocità con cui le mansioni sapranno adattarsi.
Le imprese sono al bivio. I grandi gruppi possono usare l’AI per allargare i margini. Per le PMI e gli studi professionali la domanda è più vicina. L’AI sarà un alleato per tagliare i costi o un concorrente che rende superato quello che vendono? La partita non si gioca resistendo all’algoritmo, ma imparando a trasformarlo.
Andate oltre.
Negli Stati Uniti c’è un sondaggio che ogni anno chiede agli americani che cosa li spaventa. Nel 2026, per la prima volta, i ricercatori hanno inserito domande specifiche sull’intelligenza artificiale. Il risultato? Il 49,7% degli adulti si dice spaventato o molto spaventato dall’idea che l’AI possa danneggiare l’economia. Una quota ancora più alta, il 51,9%, teme che possa danneggiare il processo politico. Entrambi i timori sono entrati subito tra le dieci paure più diffuse del Paese. Per capire quanto pesi il dato basta guardare meglio la classifica. Circa la metà degli americani teme che una persona cara si ammali gravemente (51,8%) o muoia (50,6%).
Le dieci paure più diffuse in America
Due delle prime dieci riguardano l’intelligenza artificiale. Usa i pulsanti per evidenziarle.
- 1Politici e funzionari corrotti61,1%
- 2Gli Stati Uniti in un’altra guerra mondiale58,0%
- 3L’AI che danneggia il processo politico51,9%
- 4Una persona cara che si ammala gravemente51,8%
- 5Un crollo economico o finanziario50,6%
- 6Una persona cara che muore50,6%
- 7L’AI che danneggia l’economia49,7%
- 8Il governo che raccoglie i dati personali48,9%
- 9La guerra biologica48,2%
- 10Un attacco terroristico47,3%
Percentuale di adulti americani molto spaventati o spaventati. Sopra il 47% si entra tra le prime dieci.
Fonte · Chapman University, Survey of American Fears 2026. Sondaggio NORC su 1.221 adulti, 7-21 aprile 2026.
Eppure la stessa ricerca, il Survey of American Fears della Chapman University, mostra che questa paura non è un rifiuto della tecnologia in senso assoluto. Quando l’innovazione promette energia pulita in abbondanza, cure che allungano la vita o robot che lavorano accanto alle persone in fabbrica, gli intervistati provano più speranza che timore. La paura prevale invece davanti a usi come il monitoraggio continuo dei dipendenti. Tutto dipende da come l’innovazione viene usata e raccontata.
Sei tecnologie, e tu da che parte stai
Per ognuna scegli cosa provi. Poi scopri se la pensi come la maggioranza degli americani.
Energia pulita in abbondanza
Cure che allungano la vita
Robot che lavorano accanto alle persone in fabbrica
Il monitoraggio continuo dei dipendenti
Bambini modificati geneticamente
Un partner romantico artificiale
Scegli per ognuna. Poi vedi cosa hanno risposto gli americani.
Fonte · Chapman University, Survey of American Fears 2026. Per le prime tre chi spera è almeno tre volte chi teme. Per le altre chi teme è più di sei volte chi spera.
«Le paure delle persone sull’AI sono molto più ampie delle preoccupazioni per l’automazione o per la perdita del lavoro», osserva Seth Benzell, economista della Chapman. Non conta però solo ciò che l’intelligenza artificiale saprà fare, ma chi ci guadagnerà e chi rischierà di perdere qualcosa. Come un virus, la paura contagia categorie diverse, ma in ciascuna si manifesta con sintomi propri.
Gli investitori, tra rendimenti attesi e timori d’inflazione
Per chi investe la sfida non è soltanto capire quali aziende sapranno trarre vantaggio dall’intelligenza artificiale. Conta anche il contesto economico in cui quegli investimenti dovranno generare i rendimenti attesi. Negli Stati Uniti gli ultimi dati, aggiornati a settembre, mostrano che i prezzi al consumo sono saliti del 3,7% rispetto a un anno prima e dello 0,6% rispetto ad agosto. Nello stesso periodo i prezzi alla produzione sono aumentati del 6,3% su base annua.
Quando l’ resta elevata cresce la preoccupazione che i tassi d’interesse rimangano alti o possano aumentare. Per le aziende tecnologiche questo pesa sul costo del debito e può pesare sulle valutazioni. Se i rendimenti attesi sono lontani nel tempo, gli investitori possono essere meno disposti a pagarli molto oggi. A metà ottobre le notizie sull’inflazione americana si sono intrecciate con i dubbi sull’indebitamento del settore AI, mentre i titoli tecnologici attraversavano una fase di vendite.
Le borse asiatiche dopo i prezzi americani
Il giorno dopo i dati sui prezzi le vendite si sono abbattute sui titoli dei chip. L’Europa ha retto meglio.
15 ottobre 2026 · le borse asiatiche dopo i prezzi americani
- Seul0%oltre l’8% in meno, con una breve sospensione
- Tokyo0%circa il 6% in meno
- Taipei0%oltre il 3% in meno
Fonti · AFP via The Jakarta Post, 15 ottobre 2026, The Guardian, 15 ottobre 2026
A rendere più concreta la domanda sui rendimenti è una stima di Gartner, società di ricerca e consulenza tecnologica. Per coprire gli investimenti annunciati nei data center per l’AI, i costi del loro finanziamento e un rendimento del capitale del 12%, servirebbero ricavi cumulati pari a 8.500 miliardi di dollari entro il 2030. Gartner stima invece che i ricavi di imprese e consumatori attribuibili a quelle infrastrutture non supereranno i 3.600 miliardi. Se la spesa proseguisse al ritmo previsto, oltre 3.500 miliardi di dollari di investimenti potrebbero essere esposti a svalutazioni entro il 2030.
Quanto si spende, quanto rientra
Tocca le tre schede. Le barre sono nella stessa scala.
Quasi mille miliardi di dollari spesi in infrastrutture per l’AI nel 2026, e altri seimila previsti fino al 2030.
Per ripagare gli investimenti annunciati, il costo del finanziamento e un rendimento del 12%, servirebbero 8.500 miliardi di ricavi. Gartner ne prevede al massimo 3.600. Mancano almeno 4.900 miliardi.
Oltre 3.500 miliardi di dollari di investimenti potrebbero perdere valore entro il 2030. E più dell’80% dei neocloud, i fornitori di cloud specializzati nell’AI, potrebbe non restare indipendente.
Miliardi di dollari. La barra piena vale 8.500 miliardi.
Fonti · Gartner, 14 ottobre 2026, CRN Asia, 16 ottobre 2026, Network World
La stessa Gartner prevede inoltre che oltre l’80% dei fornitori di neocloud, cioè gli operatori cloud specializzati nei carichi di lavoro dell’AI, potrebbe smettere di operare in modo indipendente entro il 2030. Questo non significa necessariamente che tutte queste imprese falliranno. Alcune potrebbero essere acquisite o confluire in altre realtà. Fatto sta che queste analisi ridimensionano le aspettative di appena qualche mese fa, e spingono tutti gli attori del settore a essere più cauti.
Per gli investitori, quindi, l’incertezza ha due dimensioni. Capire se i guadagni attesi dall’AI giustificheranno gli investimenti, e valutare quanto un’inflazione persistente e tassi elevati possano pesare sui mercati. La mia interpretazione è che la paura non riguardi solo la possibilità di puntare sull’azienda sbagliata, ma anche quella che le condizioni economiche cambino prima che i ritorni promessi arrivino.
Chi lavora, tra mansioni che cambiano e nuovi rischi
Se per chi investe il nodo centrale è il ritorno sul capitale, per chi lavora la preoccupazione si sposta sulla stabilità del proprio posto. L’idea che l’intelligenza artificiale possa sostituire alcune professioni o renderle superflue è uno dei timori più diffusi, alimentato dall’impressione che la tecnologia possa prendere il posto dell’uomo con la stessa rapidità con cui ne simula le capacità.
A ridimensionare gli allarmismi, offrendo una misura più realistica del fenomeno, interviene uno studio dell’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO). L’indagine invita a evitare equazioni troppo sbrigative. Essere esposti all’intelligenza artificiale non vuol dire che quel posto di lavoro scomparirà. Secondo le stime dell’ILO, circa un lavoratore su quattro nel mondo svolge un’occupazione con un certo grado di esposizione all’AI generativa.
Uno su quattro, ma non dappertutto
Tocca le schede. Il quadrante mostra la quota di occupati con un lavoro esposto all’AI generativa.
Circa un lavoratore su quattro fa un mestiere con una certa esposizione all’AI generativa. Nel gradino più alto c’è il 3,3%.
Per capire dove corra davvero il rischio, lo studio guarda alle singole mansioni, con il cosiddetto approccio task-based, e mostra una frattura netta tra i settori. Le attività d’ufficio e i lavori impiegatizi sono di gran lunga i più esposti. Qui una quota elevata di compiti, come la gestione della corrispondenza, l’inserimento dei dati, l’archiviazione e la redazione di documenti standard, può essere facilmente assistita o accelerata dai sistemi generativi. Discorso simile, con qualche sfumatura, vale per alcune professioni intellettuali o di supporto amministrativo, dove la produzione di testi e l’analisi di base dei dati occupano gran parte della giornata.
All’estremità opposta ci sono le professioni che richiedono un forte contatto fisico con l’ambiente, una manualità complessa o relazioni basate sulla presenza e sull’empatia, come gran parte dei lavori artigianali, l’assistenza alla persona o i lavori operativi sul campo. Qui l’esposizione è minima o moderata, perché la tecnologia può al massimo fare da supporto, ma non sostituire l’esperienza e il lavoro fisico.
Smista le mansioni
Per ognuna scegli se secondo te è molto o poco esposta all’AI generativa.
- Assistere una persona anziana
- Lavorare in un cantiere
- Archiviare documenti
- Fare un’analisi di base dei dati
- Rispondere alla corrispondenza
- Scrivere un contratto standard
- Inserire dati in un gestionale
- Riparare un impianto elettrico
Smista le otto mansioni.
Fonte · ILO, Working Paper 140. La classificazione segue i grandi gruppi dello studio, non i punteggi delle singole mansioni.
A mio parere lo scenario più probabile non è dunque un’ecatombe occupazionale indifferenziata, ma una trasformazione profonda e asimmetrica. In molti casi la tecnologia non cancella la professione ma ne ridisegna il perimetro, automatizzando i compiti ripetitivi e richiedendo nuove competenze per gestire quelli strategici. Per chi lavora la vera discriminante non è la sostituzione totale, ma la velocità con cui le singole mansioni sapranno adattarsi a un mercato in cui il valore aggiunto si sposta altrove.
L’AI non cancella il mestiere, ne ridisegna il perimetro.
Sabino Gazzillo
Le imprese al bivio, tra chi abbatte i costi e chi perde il mercato
Se spostiamo lo sguardo sulle imprese, l’intelligenza artificiale agisce come una forza dirompente che ridefinisce i rapporti di forza lungo le filiere, scavando un solco profondo tra le grandi aziende e le PMI.
Da un lato, per l’azienda che compra servizi, l’AI offre l’occasione di portare dentro processi e ridurre i costi. Compiti che prima richiedevano fornitori esterni o agenzie, come la stesura di report di base, la traduzione, la programmazione standard o l’assistenza clienti, oggi si svolgono molto più in fretta e a costi ridotti. Dall’altro c’è il rovescio della medaglia. Le aziende il cui modello di business si fonda proprio sul rivendere lavoro operativo, cioè quei compiti ripetitivi, potrebbero trovarsi scavalcate da una tecnologia capace di svolgere il loro stesso ruolo nella catena del valore.
Questa dinamica cambia molto con la dimensione dell’impresa. Le grandi aziende e i giganti tecnologici hanno la liquidità e la forza d’urto per assorbire investimenti colossali, ridisegnare i propri processi e portare dentro funzioni complesse, usando l’AI per allargare i margini. Per le PMI e i piccoli studi professionali il dilemma è più vicino e concreto. Non si tratta di costruire data center, ma di capire se l’AI diventerà un formidabile alleato per abbattere i costi e velocizzare il lavoro quotidiano, oppure un concorrente spietato che rende superata la loro stessa offerta.
Tre imprese, tre paure diverse
Tocca un tipo di impresa.
I grandi gruppi
Cosa guadagnano. Hanno la liquidità e la forza d’urto per assorbire investimenti colossali, ridisegnare i propri processi e portare dentro funzioni complesse.
Cosa rischiano. Di spendere più di quanto l’AI restituirà, se i ricavi arrivano tardi o arrivano meno del previsto.
Le piccole imprese e gli studi professionali
Cosa guadagnano. Un alleato per abbattere i costi e velocizzare il lavoro di tutti i giorni, senza costruire data center.
Cosa rischiano. Che lo stesso strumento diventi un concorrente e renda superata una parte di quello che vendono.
Chi vende lavoro operativo
Cosa guadagnano. Poco, se restano dove sono. Molto, se si spostano dove l’intervento umano conta ancora.
Cosa rischiano. Report di base, traduzioni, programmazione standard e assistenza clienti sono proprio i compiti che i clienti possono ora fare da soli, più in fretta e spendendo meno.
Dall’analisi dell’autore.
Di fronte a un mercato che cambia in fretta, la partita per le imprese non si gioca sulla resistenza all’algoritmo, ma sulla capacità di trasformarlo. I grandi gruppi cercano la scala per rientrare dei costi. Le PMI possono fare leva sulla flessibilità per ridefinire il proprio ruolo, spostandosi dove l’intervento umano mantiene un valore insostituibile.
Andate oltre.

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Dì la tua nell’Agorà- Chapman University, AI anxieties rank among Americans’ top 10 fears for the first time, 20 ottobre 2026
- Chapman University, Babbie Center, 2026 Survey of American Fears, Key Findings (NORC AmeriSpeak, 1.221 adulti, 7-21 aprile 2026)
- U.S. Bureau of Labor Statistics, Consumer Price Index, settembre 2026, pubblicato il 14 ottobre 2026
- U.S. Bureau of Labor Statistics, Producer Price Index, settembre 2026, pubblicato il 15 ottobre 2026
- The Guardian, Tech market sell-off deepens amid fears over US inflation and AI debt, 15 ottobre 2026
- AFP, Tech sell-off deepens as US inflation sparks AI jitters (The Jakarta Post, 15 ottobre 2026)
- Gartner, Over $3.5 Trillion of AI Infrastructure Spending Could Be Exposed to Impairment by the End of 2030, comunicato del 14 ottobre 2026
- Network World, AI datacenter capex will far exceed forecast revenue through 2030, ottobre 2026
- CRN Asia, Gartner, 80% of neoclouds to lose independence by 2030, 16 ottobre 2026
- CNBC, Gartner analyst warns about AI neocloud build-out, 19 ottobre 2026
- P. Gmyrek, J. Berg et al., Generative AI and Jobs. A Refined Global Index of Occupational Exposure, ILO Working Paper 140, Ginevra, 20 maggio 2025
- ILO e NASK, One in four jobs at risk of being transformed by GenAI, comunicato del 20 maggio 2025. Il primo studio è ILO, Generative AI and Jobs. A Global Analysis of Potential Effects on Job Quantity and Quality, Working Paper 96, 2023