Ci sono film che arrivano dopo i fatti per spiegarli, e film che arrivano un attimo prima, quando il Paese non ha ancora le parole. “Il portaborse” è uno di questi. Esce nelle sale italiane il 5 aprile 1991, è diretto da Daniele Luchetti, scritto da Stefano Rulli, Sandro Petraglia e dallo stesso Luchetti, e viene presentato in concorso al Festival di Cannes. Gli interpreti principali sono Nanni Moretti e Silvio Orlando.
La storia
Luciano è un professore di lettere di provincia, interpretato da Silvio Orlando. Arrotonda lo stipendio scrivendo per conto di un romanziere un tempo famoso. Un giorno lo chiama a Roma il ministro Botero, interpretato da Moretti, che cerca qualcuno capace di scrivere i suoi discorsi. È un’occasione. Soldi, auto, alberghi, il fascino di un mondo che sembra funzionare per chi sa le parole giuste.
All’inizio Luciano si diverte. Gli piace essere ascoltato e gli piace anche sapere che dietro ogni frase del ministro c’è la sua. Poi arriva una crisi di governo, e capisce poco alla volta con chi ha a che fare: dietro i discorsi eleganti c’è un sistema di favori, di appalti e di interessi che non si possono dire in pubblico. Il film racconta il momento in cui un uomo perbene si accorge di essere diventato un ingranaggio.
Dieci mesi prima
Il 17 febbraio 1992 a Milano viene arrestato Mario Chiesa, presidente di un ente di assistenza, il Pio Albergo Trivulzio, colto mentre incassa una tangente. È l’inizio di Mani pulite: nel giro di pochi mesi l’inchiesta travolge una parte importante della classe politica che governava dal dopoguerra. Nel 1994 le grandi forze della Prima Repubblica, a cominciare dalla Democrazia Cristiana e dal Partito Socialista, sono scomparse o trasformate.
“Il portaborse” non racconta quell’inchiesta, che ancora non esisteva. Racconta il clima: un potere che si regge su lessico vago, su formule di circostanza, su promesse che nessuno controlla. Quando poi gli arresti cominciano, molti spettatori riconoscono la scena nei telegiornali.
Perché è ancora attuale
La cronaca è cambiata, il meccanismo no. Il film ci ricorda tre cose che oggi, nel 2026, sono ancora vere.
La prima: chi scrive i discorsi, le leggi, i comunicati ha un potere che non compare mai. Nei ministeri, nei partiti, nelle grandi aziende, uno staff scrive e un volto firma. Non c’è niente di illegale in questo, ma c’è molto da sapere su chi decide che cosa.
La seconda: la competenza senza responsabilità. Luciano ha le capacità, e non ha il potere. Botero ha il potere, e usa le capacità degli altri. Quando le cose vanno male, la responsabilità si perde nel mezzo.
La terza: il cinismo comincia come comodità. Nessuno, nel film, decide di diventare complice. Si comincia con una piccola rinuncia, un compromesso, un “così fan tutti”, e a un certo punto ci si ritrova dentro.
Il peso della data
Vale la pena vedere il film pensando a quando è stato fatto. Nel 1991 il sistema dei partiti sembra immutabile, la Prima Repubblica ha quarant’anni e nessuno ha ancora detto ad alta voce quello che saprà un anno dopo. Un film che anticipa è sempre una forma di giornalismo: osserva i segnali che gli altri non vogliono vedere.
Il resto è cinema italiano di una stagione in cui il cinema politico parlava a un pubblico largo, con la commedia e con l’amarezza insieme.
La competenza senza responsabilità è la parte più comoda del potere. Per questo chiediamo una politica in chiaro: un registro pubblico dei lobbisti e dei finanziatori, una regola semplice per sapere chi partecipa alla scrittura delle leggi, e promesse sempre accompagnate dal costo. Il film non parla di tecnologia o di nuovi partiti, ma dice una cosa che resta valida: dove si decide senza farsi vedere, qualcuno prima o poi smette di rispondere di quello che fa.