Rosario Livatino nasce a Canicattì, in provincia di Agrigento, il 3 ottobre 1952, figlio unico. Si laurea in giurisprudenza a Palermo con il massimo dei voti e nel 1978, a 26 anni, entra in magistratura.
Seguire i soldi
Per dieci anni è pubblico ministero ad Agrigento. Lavora sulle cosche della provincia, su Cosa nostra e sulla Stidda, l’altra mafia nata dalle sue scissioni. Usa gli strumenti della legge Rognoni-La Torre per sequestrare e confiscare i beni dei boss, e partendo anche da una semplice fattura falsa ricostruisce i legami tra mafia, imprese e politica. Nel 1989 passa a fare il giudice, nella sezione che decide sulle misure di prevenzione contro i patrimoni mafiosi.
È schivo. Non va in televisione, non rilascia interviste, non cerca la carriera. Sulle sue agende scrive tre lettere, S.T.D., sub tutela Dei, sotto la protezione di Dio.
Il 21 settembre 1990
Ogni mattina va da Canicattì al tribunale di Agrigento con la sua auto, da solo, senza scorta. Il 21 settembre 1990, sulla statale, un commando della Stidda lo affianca e gli spara. Ferito, scappa a piedi giù per una scarpata. Lo raggiungono e lo uccidono. Ha 37 anni.
Un automobilista che passava di lì, Pietro Nava, vede tutto e testimonia, e per questo dovrà cambiare nome e vita. Grazie a lui killer e mandanti sono stati identificati e condannati.
Il giudice ragazzino
Dopo la sua morte, nel dibattito sui magistrati, qualcuno parla con disprezzo di “giudici ragazzini”. L’espressione si rovescia e diventa il modo affettuoso con cui lo ricorda l’Italia. Il 9 maggio 2021 la Chiesa lo proclama beato. È il primo magistrato a esserlo.
- Il giudice ragazzino Il libro di Nando dalla Chiesa del 1992 e il film di Alessandro Di Robilant del 1994.
- La sua camicia Quella che indossava il giorno dell’omicidio è conservata nella cattedrale di Agrigento.
La giustizia si fa con il lavoro di ogni giorno, non con i titoli. Rosario Livatino non cercava i riflettori, cercava i soldi della mafia. Leggi il tema Istituzioni e diritti civili.
