Febbraio 2026: l’Italia vive due settimane di sport che non vedeva da vent’anni. Alle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina gli azzurri chiudono con 30 medaglie, di cui 10 d’oro, e il quarto posto nel medagliere. È il miglior piazzamento della storia italiana ai Giochi invernali, pari a quello di Lillehammer 1994, e supera tutti i record di quella edizione.
Sono numeri straordinari, e meritano di essere festeggiati prima di essere discussi. Gli atleti hanno fatto il loro lavoro. Ora vediamo quello degli altri.
Una candidatura, tante sedi
I Giochi sono stati assegnati a Milano e Cortina d’Ampezzo il 24 giugno 2019 dal Comitato olimpico internazionale, riunito a Losanna, con 47 voti contro i 34 della candidatura svedese di Stoccolma-Åre. Fin dall’inizio la formula è diversa dal solito: non una città con il suo parco olimpico, ma un sistema diffuso di sedi tra Milano, la Valtellina, Cortina e le valli del Trentino, a centinaia di chilometri una dall’altra.
È una scelta con una logica: usare impianti già esistenti, evitare di costruire cattedrali nel deserto. Sulla carta, un modello sostenibile. Nella pratica, come spesso accade, è più complicato.
Le opere
Il piano delle opere olimpiche conta 98 interventi, per un valore di 3,62 miliardi di euro. Secondo un rapporto di Libera e della rete civica Open Olympics 2026, con dati aggiornati al 28 agosto 2026, 19 opere su 98 hanno avuto aumenti di costo, per circa 210 milioni in più (+6,2%) rispetto alla prima rilevazione di settembre 2024. Una su cinque, in sostanza, costa più del previsto.
Aumenti di costo non sono, di per sé, uno scandalo: nei lavori pubblici accade ovunque. Il dato interessante è un altro. Chi fa un’opera olimpica sa che la data di consegna non si può spostare, e questo toglie forza contrattuale a chi paga. Si finisce per spendere di più perché si ha fretta.
I conti dei Giochi
Il quadro è ancora più complesso se guardiamo al bilancio complessivo. Secondo Avvenire (19 settembre 2026), il budget pubblico delle opere è passato da circa 1,5 miliardi alla candidatura a quasi 6 miliardi complessivi, e il comitato organizzatore ha un deficit patrimoniale netto di oltre 176 milioni di euro, coperto dalle garanzie di Regioni e Stato.
C’è da essere onesti sui limiti di questo confronto. Non sappiamo se le due cifre, 3,62 miliardi del piano opere e circa 6 miliardi indicati da Avvenire, misurino lo stesso perimetro: per questo le riportiamo separate e non le sommiamo né le sottraiamo. Quello che si può dire con sicurezza è che i numeri iniziali e quelli finali non coincidono, e che la differenza è abbastanza grande da richiedere una spiegazione pubblica.
L’eredità
La domanda che conta, per i cittadini, non è quanto è costata la festa, ma che cosa resta dopo. Gli impianti sono nati per poche settimane di gare. Ogni grande evento sportivo, in ogni Paese, lascia in eredità strutture che bisogna mantenere per decenni: piste, palazzetti, villaggi.
Torino 2006 insegna che questo rischio è reale: a distanza di vent’anni alcuni impianti di quell’edizione sono sottoutilizzati o chiusi. Il punto non è dire che Milano-Cortina farà la stessa fine, ma che il conto vero si fa dopo, non durante la cerimonia di chiusura.
Lo sport che non fa notizia
Dieci medaglie d’oro fanno ottimismo e orgoglio. Ma lo sport, per la maggior parte degli italiani, è un’altra cosa: la palestra della scuola, il campo del quartiere, la piscina comunale, la società che costa poco. Sono i luoghi dove un bambino impara a stare in squadra e dove nascono, tra mille, i campioni. Se quei luoghi chiudono per mancanza di manutenzione, è lì che si perde il prossimo medagliere.
Applaudiamo gli atleti e pretendiamo i conti. Prima di candidarsi a un grande evento: un costo massimo pubblico e un rendiconto online aggiornato ogni trimestre. E prima dei grandi impianti, quelli di base: palestre scolastiche, campi di quartiere, sport per tutti fin dalla scuola. È la stessa regola che vale per ogni nostra proposta: nessuna spesa senza copertura.