Se ne è parlato come di una vittoria, di una resa o di un compromesso, a seconda di chi parlava. Per capire che cosa sia davvero l’accordo commerciale tra Stati Uniti e Unione europea conviene partire dai fatti: che cosa dice, chi l’ha approvato, che cosa succede se qualcuno non rispetta i patti.
Come ci siamo arrivati
Nella primavera 2025 il presidente americano Donald Trump annuncia dazi generalizzati sulle importazioni, compresi quelli dei Paesi alleati. Per l’Unione europea la minaccia è seria: gli Stati Uniti sono tra i primi mercati di sbocco del made in Italy e di gran parte dell’industria tedesca e francese. Per mesi la Commissione europea, che tratta a nome di tutti e ventisette gli Stati membri, prova a evitare lo scontro.
Il 27 luglio 2025, a Turnberry in Scozia, Trump e la presidente della Commissione Ursula von der Leyen annunciano l’intesa. Il 21 agosto segue una dichiarazione congiunta. È quella che, nel 2026, l’Unione trasforma in due regolamenti.
Cosa prevede
L’Unione europea elimina i dazi su tutti i prodotti industriali americani e apre l’accesso a una serie di prodotti agricoli e ittici degli Stati Uniti. In cambio Washington limita al 15% la maggior parte dei dazi sulle esportazioni europee e riduce le tasse sulle auto europee. Il 15% è un tetto complessivo: non si somma ai dazi già esistenti.
Accanto ai testi giuridici ci sono impegni politici, annunciati nel 2025: acquisti di energia americana e investimenti europei negli Stati Uniti, con cifre molto alte. Sono intenzioni dichiarate, non obblighi vincolanti, ed è bene non confondere le due cose.
Chi ha deciso, e quando
Il Parlamento europeo ha dato il via libera definitivo a metà giugno 2026: 440 voti a favore, 151 contrari, 50 astenuti. Dopo l’approvazione del Consiglio, i due regolamenti sono entrati in vigore il 1° luglio 2026. È un passaggio importante: un accordo politico firmato in un campo da golf diventa legge europea solo quando lo votano i parlamentari eletti dai cittadini.
Le clausole che contano
L’accordo scade il 31 dicembre 2029 e non si rinnova da solo: serve un voto del Parlamento dopo una valutazione della Commissione sugli effetti per industria, agricoltura e piccole imprese. Questa è la prima cosa che quasi nessuno ricorda.
La seconda è la clausola di sospensione. La Commissione può sospendere le agevolazioni concesse agli Stati Uniti se entro il 31 dicembre 2026 Washington applicherà ancora dazi superiori al 15% sui derivati di acciaio e alluminio europei. La lista di questi derivati è stata ampliata ad agosto 2025 con 407 categorie di prodotti. Ogni tre mesi, infine, la Commissione deve riferire a Parlamento e Consiglio su come sta andando l’intesa.
Perché è stato criticato
Le critiche principali sono tre. La prima: l’asimmetria. L’Unione azzera i propri dazi industriali, gli Stati Uniti mantengono un tetto del 15%, che per molti settori è molto più alto di quanto si pagava prima del 2025. La seconda: il metodo. Un accordo di questa portata si è deciso tra pochissime persone, prima del voto dei parlamenti. La terza: la durata, perché un’intesa che dipende dalla buona volontà di un solo presidente americano è fragile per sua natura.
I difensori rispondono che, nel rapporto di forza reale, l’alternativa era una guerra commerciale con dazi molto più alti, e che avere evitato il peggio ha un valore, soprattutto per le imprese esportatrici, che hanno bisogno di regole certe per programmare.
Cosa guardare nei prossimi mesi
Tre date. Il 31 dicembre 2026, scadenza della clausola su acciaio e alluminio: se gli americani non rispettano il tetto, Bruxelles può reagire. Le relazioni trimestrali della Commissione, che dicono se i numeri tengono. E il 31 dicembre 2029, quando il Parlamento dovrà decidere se rinnovare.
Nel frattempo vale una regola semplice per leggere qualsiasi titolo sull’argomento: controllare se parla di quello che è scritto nei regolamenti o di quello che è stato promesso in una conferenza stampa.
L’Europa ha negoziato come un blocco unico, ed è già un risultato: nessun singolo Paese, nemmeno il più grande, avrebbe ottenuto un tetto uguale per tutti. Ma firmare un tetto del 15% non è una trattativa tra pari. Con una difesa comune, un mercato dell’energia europeo e una politica industriale comune, l’Unione avrebbe più forza al tavolo. Per questo nel manifesto chiediamo un’Europa federale: una sola voce sui dazi, contromisure pronte e un Parlamento che conta davvero.