Il 9 novembre 1989, alle sei di sera, la televisione della Germania Est trasmette in diretta una conferenza stampa che sulla carta dovrebbe essere noiosa. Il portavoce del partito, Günter Schabowski, deve illustrare le decisioni del giorno. Verso la fine tira fuori un foglio che gli hanno messo in mano poco prima e comincia a leggerlo. È un regolamento sui viaggi all’estero. Quella frase, letta male, manda in frantumi un confine di 155 chilometri.
Il racconto che si ripete di solito si ferma qui: il Muro cade “per sbaglio”. È vero, ma è la metà della storia. L’errore decide la notte. A rendere possibile quella notte sono stati i mesi prima.
Una città tagliata in due
Dopo la guerra Berlino è divisa in quattro settori, americano, britannico, francese e sovietico. Fino al 1961 passare da una parte all’altra della città è ancora possibile, ed è proprio per questo che Berlino è la falla del sistema: tra il 1949 e il 1961 oltre due milioni e mezzo di tedeschi lasciano la Germania Est, in gran parte giovani e persone qualificate. Nel giugno 1961 il capo del regime, Walter Ulbricht, dichiara in pubblico che nessuno ha intenzione di costruire un muro. Nella notte tra il 12 e il 13 agosto cominciano a stendere il filo spinato.
Il Muro, poi rafforzato in cemento, circonda Berlino Ovest per circa 155 chilometri. Non serve a tenere fuori il nemico: serve a tenere dentro i propri cittadini. Secondo le ricerche della Fondazione del Muro di Berlino, almeno 140 persone sono morte in questo confine, sparate, annegate o cadute nel tentativo di attraversarlo.
L’estate delle crepe
Nel 1989 il blocco orientale cede dai bordi. In Ungheria, già nella primavera, comincia lo smantellamento della barriera di confine con l’Austria. Il 27 giugno i ministri degli Esteri dei due Paesi, Gyula Horn e Alois Mock, tagliano insieme un tratto di filo spinato, davanti alle telecamere. Il 19 agosto, a Sopron, un picnic transfrontaliero diventa l’occasione per centinaia di tedeschi dell’Est di passare in Austria. L’11 settembre l’Ungheria apre ufficialmente il confine ai cittadini della Germania Est: nelle settimane seguenti se ne vanno in decine di migliaia.
Gli altri si muovono dentro il Paese. A Lipsia, ogni lunedì, dopo la preghiera nella chiesa di San Nicola, partono cortei sempre più grandi. Il 9 ottobre sono circa settantamila e la polizia non spara. Il 18 ottobre il vecchio leader Erich Honecker viene sostituito da Egon Krenz. Il 4 novembre ad Alexanderplatz, a Berlino Est, la manifestazione autorizzata dallo Stato riunisce centinaia di migliaia di persone.
La sera del 9 novembre
Il regime cerca di dare uno sfogo alla pressione con una nuova legge sui viaggi, che deve essere comunicata il giorno dopo. Quando Schabowski arriva alla conferenza stampa non ha partecipato alla discussione e non conosce bene il testo. Il foglio dice che i permessi saranno rilasciati rapidamente, senza condizioni particolari. Non spiega da quando.
A fare la domanda è Riccardo Ehrman, corrispondente dell’ANSA: da quando? Schabowski sfoglia le carte, esita, e risponde che, per quanto ne sa, vale subito, senza ritardo. Un altro giornalista chiede se valga anche per Berlino Ovest. Sì.
In pochi minuti la notizia rimbalza sulle televisioni dell’Ovest, che i tedeschi dell’Est guardano ogni sera. Verso il posto di controllo di Bornholmer Straße arrivano prima centinaia, poi migliaia di persone. Il comandante Harald Jäger non ha ricevuto nessun ordine. Chiede indicazioni e nessuno gliene dà. Poco dopo le undici e mezza decide di aprire il varco. Le truppe sovietiche, che in Germania Est sono centinaia di migliaia, restano nelle caserme.
Cosa ci dice davvero questa storia
Che gli errori contano, ma solo quando il terreno è pronto. Nessuna frase sbagliata avrebbe aperto il Muro nel 1975. Nel 1989 c’erano già un Paese che si svuotava, piazze che non avevano paura, un impero che aveva deciso di non sparare. Il Muro cade in una sera perché per mesi era già caduto altrove.
Meno di undici mesi dopo, il 3 ottobre 1990, la Germania si riunifica. Sono passati trentasei anni. Il confine che divise una città è oggi una striscia segnata sull’asfalto.
È anche una storia che riguarda noi. L’Italia ha avuto un testimone diretto in quella sala, un giornalista che ha fatto la domanda giusta. Senza una stampa libera, curiosa e presente nei posti dove la storia si decide, la parola “subito” sarebbe stata detta nel vuoto.
I confini sono una scelta politica, e quelli imposti con la forza prima o poi cadono. Il Muro era l’opposto dell’Europa che vogliamo: uno spazio dove si esce di casa senza un permesso, con regole uguali per tutti e una voce comune quando serve. Il 9 novembre ricorda anche una cosa meno comoda: le istituzioni, da sole, non cambiano. Cambiano quando qualcuno chiede, prima, e quando altri sono pronti a muoversi.
Per questo pensiamo che una stampa libera e pluralista sia una infrastruttura democratica, come le strade e le scuole.